3.6.10

John Grant - Queen of Denmark (2010)



genere: songwriter
durata: 51.14

tracklist:
1. TC And Honeybear
2. I Wanna Go To Marz
3. Where Dreams Go To Die
4. Sigourney Weaver
5. Chicken Bones
6. Silver Platter Club
7. It's Easier
8. Outer Space
9. JC Hates Faggots
10. Caramel
11. Leopard And Lamb
12. Queen of Denmark

un disco che ha suscitato pareri contrastanti nella cricca dei critici, ma che sostanzialmente è rimasto relegato nell'anonimato underground, è il primo disco solista di john grant, intitolato queen of denmark.
ex leader dei czars, grant si ritrova a suonare come spalla a band come flaming lips e midlake, in seguito allo scioglimento della sua band, di cui lui era il carismatico frontman, capace d'avere un timbro vocale molto potente e di dare il meglio di sé nelle ballate.
la fine dei czars è stata quella di tante band, poche idee rimaste ed una grande conversione all'affascinante dio della droga e dell'alcool. il loro shoegazing malinconico contraddistinto dai timbri profondi di grant ha lasciato ai posteri qualche perla, ma purtroppo l'intero complesso non è mai riuscito a trovare la chiave del successo.

grant, ancora pregnante, si sposta a new york ed è proprio collaborando da spalla ai midlake che viene tentato (sotto pressione della band stessa, affascinata dai pezzi inediti che proponeva al pubblico nei concerti) dall'iniziare un progetto di songwriting solista. la band acconsente di accompagnarlo in studio, visto che già era di passaggio per le registrazioni del loro ultimo cd e così inizia l'avventura.

come detto queen of denmark è parecchio lontano da qualcosa che sia paragonabile allo shoegaze, è piuttosto un disco di melodie ed argomenti molto intimi, anche se non unilateralmente struggente (anche se la cosa si conface maggiormente a grant), è anzi un disco eterogeneo che sa mischiare lente ballate a rock'n roll stile seventies, tanto da trovare un paragone sensato, con le dovute misure, al bowie glam dell'inizio 70. sicuramente meno geniale, meno veemente, più pacato, più tranquillo, ma musicalmente in definitiva simili.

le liriche sono spesso strane, controverse, dotate di molto sarcasmo, cinismo, autoironia, black humour. si segnalano alcuni titoli molto particolari, jc hates faggots su tutti, dove jc sta per jesus christ (nella versione americana - non vorrei sparare bombe assurde - nel titolo ci sta proprio 'jesus') e la canzone riflette il disagio di un omosessuale nel vivere nel classico paesino dove tutti conoscono tutti, bigotto, pieno di luoghi comuni, stereotipi, opprimente, deprimente. l'altro pezzo decisamente 'strano' concettualmente, ma a tratti divertente è 'sigourney weaver' chiaramente riferito all'omonima attrice, divenuta celebre grazie ai film di james cameron, alien su tutti, ma con un ritorno di fiamma sopra le righe in avatar. anche a grant piacerebbe ammazzare tutti quegli alieni come fa weaver, sebbene poi si ritrovi impossibilitato a togliersi gli 'underwears' (vestiti intimi).

i primi tre pezzi del disco sono costituiti da un songwriting intimo e folkeggiante, tc and honeybear è un'ottima canzone con doppie voci liriche femminili, i wanna go to marz è tra virgolette la canzone più famosa e più 'inflazionata' dal vivo, anche prima dell'uscita del disco, ma il grande capolavoro del disco è la bellissima where dreams go to die. lento di rara bellezza.
successivamente, con sigourney weaver, il sound inizia a diventare più movimentato - lento, ma non troppo direbbe chopin - fino all'apporodo dichiaratemente seventieseggiante di chicken bones. silver platter club è basata sostanzialmente sulla melodia tracciata dal piano, giocosa e allegra, quasi a ricordare per un attimo i beatles à la white album.

successivamente il disco subisce ancora una leggera deflezione verso melodie più lente e riflessive, con it's easier e outer space, due buoni pezzi - specialmente il secondo -, che si basano su una struttura del songwriting classicissima.
con qualche barlume elettronico la lirica sopra le righe di jesus hates faggots, mentre la successiva caramel sembra richiamare a sé quello che è ormai diventato un maestro del songwriting moderno cioè anthony.
queen of denmark, invece, è sicuramente uno dei pezzi preferiti da grant e dove lui può dare il meglio di sè, con la sua voce definita da alcuni una via di mezzo tra eddie vedder e tim buckley.
forse si è stati fin troppo gentili, però non si può negare delle buone capacità canore di grant, che chiude in bellezza con un pezzo dall'alta dose di pathos.

tirando le somme, questo è un disco che va ascoltato varie volte e non va liquidato ad un ascolto superficiale, sebbene, ok, non è nessuna opera d'alta filosofia musicale concettualmente impossibile, anzi in fondo le melodie rimangono anche abbastanza appiccicate, però richiede un nonsoché, un minimo di rodaggio per essere apprezzata al meglio. non è un capolavoro, né uno schifo come altri lo hanno recensito, io penso che sia un disco buono nel complesso e capace di suscitare qualche emozione, grazie anche alla - ripeto - bellissima where dreams go to die.
dunque per me si becca le sue belle 4 stelle (belle per modo di dire, fan cagare)!




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