5.8.10

Arcade Fire - The Suburbs (2010)


genere: indie-pop
durata: 65.04
tracklist:
1. the suburbs
2. ready to start
3. modern man
4. rococo
5. empty room
6. city with no children
7. half light i
8. half light ii (no celebration)
9. suburban war
10. month of may
11. wasted hours
12. deep blue
13. we used to wait
14. sprawl i (flatland)
15. sprawl ii (mountains beyond mountains)
16. the suburbs (continued)

ed eccoli che ritornano, dopo tre anni, gli arcade fire, la band canadese che s'è praticamente imposta come caposaldo della scena indie di questi ultimi sei anni, con una cadenza di un album ogni tre anni.
ora però i tempi sono molto diversi, perché nel 2004 all'esordio nessuno sapeva di loro e ci sorpresero con lo splendido funeral, confermandosi nel 2007 con neon bible, ma ora le aspettative dei tantissimi fan accumulati sono davvero alte.
e per un gruppo del genere, volente o nolente, per forza sotto la luce di tutti i riflettori, è sottilissima la linea superabile per incappare in un passo falso.

ed arriviamo a quel punto al 3 agosto 2010, con questo nuovo the suburbs, dal quale sono già stati estratti alcuni pezzi un paio di mesi fa da dare in pasto ai fan incalliti che non ne potevano più dell'attesa (tra i quali il sottoscritto) e naturalmente pubblicati su questo blog.

il lavoro di win butler, régine chassagne e soci è, in termini di durata complessiva, un po' più ambizioso e corposo dei precedenti, ci sono 16 pezzi e si supera ampiamente l'ora di ascolto. la produzione delle singole canzoni è eccellente (del medesimo produttore di neon bible) ed è particolarmente evidente che questo sia il lavoro più curato (e più covato, se si potesse dire, ahimé gli uomini non sono uccelli) in assoluto da parte dei canadesi di montréal, attenti ai dettagli, agli arrangiamenti, all'evocatività dei testi.
una delle critiche più frequenti di tutti i recensori che mi hanno preceduto sui vari siti appositi in italia, che nel complesso erano contenti, ma non troppo, consisteva nell'accusare gli arcade fire di aver completamente saltato la fase di snocciolamento pezzi. di aver voluto a tutti i costi inserire tutto il materiale a propria disposizione, incappando in episodi spiacevoli che potevano essere evitati con una playlist più snella.
in effetti dopo un primo ascolto molto concentrato ci si può definire provati e con la sensazione che ci sia qualcosa che non vada proprio, ma the suburbs contiene un carattere ed un'indole che non traspare al primo ascolto e difficilmente al secondo, è un vino d'annata in botti di ottimo legno e riserva sempre piacevoli sorprese, analizzandolo con più serenità e più e più volte.

ecco, io trovo che l'hype spropositato che s'era formato come una cappa di fumo spessissimo sopra l'incombere di questo album, abbia inevitabilmente influito sui giudizi e sui pareri delle persone, giustamente in diritto di aspettarsi il meglio da una band come gli arcade fire, ma forse ancora troppo ingenui per avere a tutti gli effetti la possibilità di un ennesimo capolavoro incredibile.
the suburbs nel complesso non è a livello degli altri due lavori che lo hanno preceduto, ma ciò non significa che non sia un album davvero bello e che possa concorrere con il titolo di disco dell'anno.

rispetto ai precedenti lavori the suburbs perde i fastosissimi arrangiamenti di funeral e la vena sinistra di neon bible, acquista un po' di rabbia ed un po' di elettronica. il sound è quindi più scarno di strumenti e più concreto, più da periferia insomma.
anche se il giro di piano che ci assale all'accensione del lettore cd ci fa urlare al miracolo e ci fa pensare con un velo di nostalgia e soddisfazione 'ecco la band che ho tanto aspettato'.
the suburbs, la title-track, è un pezzo favoloso ed ennesima dimostrazione che, per sfortuna o per fortuna, pezzi di tale qualità possono essere scritti solo da ban di tale qualità.
la successiva ready to start, caratterizzata da una grande ascesa di pathos, era già stata inserita nei nostri lettori mp3 mesi fa quando ci fu consegnata come anteprima dalla band stessa. di certo non è invecchiata e anzi continua nel lavoro di caricare al massimo la molla (o il pene se volete) dell'ascoltatore già in extasy per il pezzo precedente.
modern man è un pezzo pop molto classico ed invece rococo, come dice il titolo decisamente barocco, torna a fare largo uso di tutti quegli strumentoni da orchestra di cui gli arcade fire, sebbene non ne abusino in questo album, sono magistri.
empty room è un ennesimo capolavoro, questo per via anche della voce a dir poco splendida e sempre in forma della chassagne, capace in the suburbs, come il re mida, di trasformare ogni cosa in oro. si tratta di un altro pezzo urlato a squarciagola davvero emozionante.
canzone molto riuscita è anche city with no children, a sottolineare un tema molto caro alla band ed estremamente frequente nell'album cioè la presenza, il ruolo dei giovani ragazzi nella società, raffrontati con il panorama della periferia (che naturalmente è malfamata, piena di scontri tra gangs), ma anche semplicemente con la vita.
lo split seguente, half life I - II ci riporta dritti dritti col pensiero ai neighborhood funeraleschi che tanto ci han fatto sognare, ed i pezzi sono all'altezza. la prima è una dolce canzone d'amore cantata dalla chassagne, la seconda è il suo corrispettivo elettrico, cantata da butler, che sembra tanto fare eco a quel ragazzo della via gluck di cui un certo celentano parlava 44 anni fa. della casa dell'infanzia che non c'è più, c'è la città eccetera.
ma a parte queste strambe reminescenze 'liriche' si tratta dell'ennesimo capolavoro del disco incombere sull'ascoltatore oramai in preda ad orgasmi compulsivi.

suburban war si basa nella prima parte su un giro pop che sembra scritto da morrisey, è difatti molto legato alla musica degli smiths, poi circa a metà la canzone cambia completamente e si incanala in movenze più sinuose e lente.
month of may è decisamente il pezzo più ruvido e veloce del disco, parecchio insolito per le corde degli arcade fire e folse primo mezzo passo falso che fa ritornare the suburbs sulla terra, esso che già stava prendendo la strada per l'olimpo assieme agli altri due fratellini.
wasted hours calma decisamente i toni, ma rappresenta solo un pezzo di passaggio, piacevole ma non particolarmente degno di nota. la successiva e più riuscita deep blue, con gli arrangiamenti sotterranei sintetici ed un piano a scandirne il procedere regolare riporta con forza e carattere il disco a livelli qualitativi alti.
a scapito di smentite clamorose vista la mia vaga conoscenza dell'inglese, butler qua riflette sul continuo sviluppo della tecnologia, menzionando pure uno storico incontro di scacchi, kolarov-deep blue 1996. particolare perché per la prima volta un uomo, precisamente il campione del mondo, s'è scontrato contro un computer, appunto deep blue, che riuscì peraltro a vincere una delle quattro manches disputate.

ma torniamo a ciò che ci compete, terminando con l'analisi del disco: we used to wait è un'altra vetta molto emozionante del parco canzoni (e del parco emozioni) che fornisce questo album, seguita dal secondo split del disco, sprawl I-II ed anch'esso particolarmente riuscito.
un plauso sentito va però alla seconda frazione (mountains beyond mountains), pezzo assolutamente insolito, freccia diverssissima scoccata dalla faretra degli arcade fire, ma davvero efficace. si tratta più di un episodio tendente alla dance, con la voce della chassagne regina (di nome e di fatto) delle "periferie".

una conclusione davvero degna per un album che sa emozionare e che sa stupire. un album maturo, nel suono, nella qualità e nelle liriche, talvolta nostalgiche, talvolta disilluse sull'infanzia di win butler, passata nelle periferie di houston. egli cita anche un suo collega, james murphy degli lcd soundsystem che dice 'cominci a dire quanto la amavi finché non pensi a come era realmente'. non è un disco per tutti però, ed alcuni fan rimarranno delusi da questa sterzata della band canadese su altri sound. io, dal canto mio, me lo godo con parsimonia questo lavoro e sono sicuro che, se serve, mi renderà piacevolmente assuefatto per altri tre anni. ho voluto assicurarmi, prima di metterlo su la prima volta, di voler ascoltare un disco degli arcade fire e non un capolavoro obbligatorio, e se all'inizio anch'io mi sono stupito negativamente di certe scelte, sono quantomai convinto ora, dopo numerosi ascolti, che si tratti di una piccola perla del 2010.



21.7.10

Woods - At Echo Lake (2010)


genere: psych-folk
durata: 29.28

tracklist:
01. blood dries darker
02. pick up
03. suffering season
04. time fading lines
05. from the horn
06. death rattles
07. mornin' time
08. i was gone
09. get back
10. deep
11. til the sun rips


che fine han fatto gli anni '60? immaginate di voler tornare, giusto così, per provare, sulle spiagge di s. francisco, tra un trip d'acido e un bagno, il sole cocente e tutti a cerchio attorno al fuoco a leggere poesie, a cantarsi canzoni, a strimpellare con la chitarra.
immaginate ancora i tempi di woodstock, i CSNY (per i profani crosby, still, nash & young), i byrds più ispirati e più psichedelici di younger than yesterday ed infine le jam sessions dei grateful dead.

sono le visioni ad occhi aperti durante l'ascolto dell'ultimo disco dei woods, at echo lake, 11 tracce x 29 minuti d'ascolto, proprio come younger than yesterday dei byrds. essi riescono a riportare in auge e fondere atmosfere west-coast 'frischiane' ad ornamenti orientaleggianti come uno spesso presente sitar harrisoniano a dare atmosfera (from the horn). come sound, atmosfera e tendenza al pop essi ricordano piacevolmente quel tanto amato (da me e dalla critica) fleet foxes, assieme ad un mix rigorosamente lo-fi di ritornelli, guarda caso, wilsoniani.
non manca qualche occhiolino al sound di una band caposaldo dei nineties e del movimento antigrungista chiamata pavement.
il genere di per sé va a creare quello che possiamo definire un folk psichedelico lo-fi con tratti ampiamente pop.

l'opera è dotata di un ermetismo notevole (come abbiamo detto appunto dura solo 29 minuti), ma anche di una concisione che fa ben sperare per il futuro di questa band, in attività solo dal 2005 (ma con già quattro lavori all'attivo) e ben concretizza le buone cose dette su di loro

bucolico, acido, psichedelico ed assolutamente vintage, una virgola nostalgica tra le frasi musicali di quest'anno, un disco che ci riporta indietro di una quarantina d'anni, che ci fa riassaporare quei momenti, cogliendone l'essenza.




19.6.10

Pantera - Cowboys from Hell (1990)


genere: heavy metal
durata: 57.31

tracklist:
1) cowboys from hell
2) primal concrete sledge
3) psycho holiday
4) heresy
5) cemetery gates
6) domination
7) shattered
8) clash with reality
9) medicine man
10) message in blood
11) the sleep
12) the art of shredding

Forse non il più famoso, ma senza dubbio il più importante tra gli album della band statunitense. Si tratta infatti della svolta stilistica che li farà consacrare nella storia del metal, al punto di eclissare totalmente i quattro album precedenti. Viene considerato da molti fan, infatti, come il “vero” album d’esordio e può essere considerato come il compimento di un percorso di maturazione, portato a termine dopo delle prime esperienze caratterizzate da un sound ancora acerbo ed incerto.

È il primo album prodotto sotto il contratto di una multinazionale discografica, la bandi infatti abbandonò la via dell’autoproduzione per firmare con l’Atlantic Records (oggi inglobata dalla Warner Music Group).

Erano gli anni in cui la scena heavy metal fu completamente sconquassata dall’uscita di due dei maggiori successi della storia del trash metal, ovvero Reign in Blood e Master of Puppets, rispettivamente degli Slayer e dei Metallica. Molti gruppi furono influenzati da quelle nuove sonorità, più veloci e taglienti, e certamente i Pantera furono uno di questi. Cowboys from Hell è un concentrato di stili differenti, ci si possono trovare brani in stile Judas Priest, come Domination o Shattered, ma anche brani caratterizzati da riff veloci in puro stile trash metal, come Heresy. Questa sua ecletticità lo rendeva all’epoca un album di difficile catalogazione, ed infatti sorsero molti dibattiti riguardo il genere da attribuirgli.

Quello che è evidente in quest’album è la voglia del gruppo di migliorarsi e di implementare le sue qualità stilistiche. I riff di Dimebag sono molto più vari e sofisticati che in precedenza. La batteria di Vinnie Paul è molto più estroversa e per la prima volta inizia ad essere caratterizzata da una velocità ed una pirotecnia notevoli, con un uso molto più palpabile della doppia cassa. Finalmente Rex Brown riesce a contraddistinguersi, donandoci fantastici giri di basso e sfoggiando un’abilità davvero inusuale, seguendo Dimebag anche in parti di assoli molto veloci. Senza dubbio, però, uno dei meriti maggiori dell’album è la possibilità che offre a Phil Anselmo di esprimere tutta la sua abilità canora, dimostrando di poter arrivare anche a note molto alte, come nella struggente Cemetery Gates, una ballata lunga oltre sette minuti, caratterizzata nel finale da una “gara” fra Dimebag (con la chitarra) e Anselmo (con la voce) nello giostrarsi su tonalità altissime.

In definitiva, non si tratta nient’altro che il primo passo verso quello stile personalissimo ed efficace che ha contraddistinto la band per tutto il resto della sua vita e che troverà poi la sua completa affermazione con l’album seguente, Vulgar Display of Power, il quale avrà il merito di conferire al gruppo l’appellativo di groove metal.


15.6.10

Due nuovi inediti da parte degli Arcade Fire

si sta creando sempre più hype attorno all'uscita del nuovo disco della band canadese "the suburbs", la quale s'è letteralmente fatta amare con funeral, prima e neon bible poi.

benissimo, dopo una serie di anticipazioni, sorprese ecc gli arcade fire decidono finalmente di rendere disponibili due tracce del nuovo disco!
una s'intitola we used to wait e sarà il nuovo singolo del disco, mentre l'altra si chiama ready to start.

dopo tre anni di attese siamo sempre più ansiosi dell'uscita di questo 'the suburbs', potete cercare entrambe le tracce fugnando su youtube, qua vi proponiamo una delle due. mi astengo da giudizi.


9.6.10

Radio Dept - Clinging to a Scheme (2010)

genere: dream / indie-pop
durata: 34.57

tracklist:
01. domestic scene
02. heaven’s on fire
03. this time around
04. never follow suit
05. a token of gratitude
06. the video dept.
07. memory loss
08. david
09. four months in the shade
10. you stopped making sense

i radio dept. tornano dopo quattro anni di andirivieni, dovuti fondamentalmente a cambi di label, pause e lunghe proroghe al nuovo album, con questo clinging to a scheme, che sembra molto interessante - grazie specialmente ai due singoli che dopo tratteremo analiticamente - e che, si spera, possa riportare la band svedese ai fasti di lesser matters.

va detto che la nuova strada percorsa dai radio dept. è profondamente diversa da quella degli esordi, sebbene permangano e siano perno fondamentale del sound globale gli innesti lo-fi, con questa nuova uscita siamo molto lontani dallo shoegaze che caratterizzò il primo album, anzi qui ci muoviamo decisamente nella sfera del dream - pop moderno, con delicati chitarrismi ed una patina elettronica ad avvolgere il tutto.

il disco comincia con l'introduzione albeggiante di domestic scene, per approdare, dopo un messaggio radio che promuove la cultura 'rock'n roll' dei giovani, ad uno dei pezzi forti di questo disco, heaven's on fire, il picco di questo album. la melodia sembra quasi strizzare l'occhiolino all'arrivo dell'estate, coi soli ed i colori, però gli stacchi ed i cambi d'accordi danno un accento malinconico al tutto, è senza dubbio una canzone che, se ascoltata davanti ad un tramonto, da il massimo della sua romanticità, della sua malinconia, del suo dream.

così va avanti il disco, con le solite costanti chitarristiche, il cantato un po' elettronico, ed i synth elettrici a fare l'atmosfera, senza invadere più di tanto le canzoni. il disco non si concede momenti evitabili, però trova il modo, al contrario, di entusiasmare l'ascolto, con la dolce a token of gratitude, con l'utilizzo di alcuni fiati (bella scelta) in memory loss e la tanto amata dai loro fan david - altro singolo di questo disco -, coperta da un impermeabile di synth.
finale riservato a you stopped making sense, dream pop pacato e malinconico con il solito sound lo-fi ed i belle and sebastian, con il loro pop particolare e la loro grande eredità, che risuonano in lontananza fino a sfumare in un tutt'uno con la fine di questo disco. che è caldo e fresco allo stesso tempo, allegro e malinconico, bello ed emozionante, una delle opzioni migliori di quest'anno.


7.6.10

Rolling Stones - Exile on Main St. (1972)


genere: rock
durata: 67.18

tracklist:
1. rocks off
2. rip this joint
3. shake your hips
4. casino boogie
5. tumbling dice
6. sweet virginia
7. torn and frayed
8. sweet black angel
9. loving cup
10. happy
11. turd on the run
12. ventilator blues
13. i just want to see his face
14. let it loose
15. all down the line
16. stop breaking down
17. shine a light
18. soul survivor

è importantissimo conoscere la storia della musica per apprestarsi ad ascoltare criticamente le nuove uscite musicali e quale occasione migliore se non quella dell'uscita di nuove ristampe, specialmente se curate e madide di novità come queste? il sound rimasterizzato degli stones, condito da quanti più gadget possibili, dvd, fotografie, libretti ecc. risuona piacevolmente vicino alle nostre orecchie a 38 anni di distanza e allora cerchiamo di ripercorrere, nelle nostre possibilità, il mito.

exile on main street è una delle opere di maggiore spessore dei rolling stones ed, in definitiva, uno degli album più belli e importanti della storia della musica moderna.

orfani del polistrumentista ed acuta mente compositiva brian jones, affogato nella piscina di casa sua (vi lasciamo il beneficio del dubbio sui perché ed i percome), la band di jagger e richards ha saputo reagire, dando sfoggio di coesione e grande creatività, dopo il bellissimo aftermath iniziale datato 1966, con una carriera da incorniciare e semplicemente inimitabile.
in questi lunghi anni di eccessi e successi, i ragazzi cresciuti sulle orme dei beatles cantando le loro canzoni tornano in studio per lavorare a questa nuova composizione molto cospicua (si tratta di fatti di un quadruplo vinile). studio per modo di dire visto che si impossessarono di un ex avamposto nazista decaduto nelle vicinanze e lo riadattarono come studio di registrazione. lungi dal fare scandalo per motivi politici (i ragazzi di londra diverranno noti per ben altro tipo di notizie, in parte vere in parte solo leggenda, dimensione comunque importante per tutte le band storiche), si lanciano immediatamente in lunghe ed estenuanti sessioni di registrazione.
a pochi giorni d'uscita di questa immensa fatica jagger confesserà di non esserne pienamente soddisfatto, opinione che si consoliderà molto di più col passare del tempo, egli sostiene difatti che potendo tornare in dietro non si sarebbe prestato per un simile errore. in verità c'è motivo di credere che il lead vocalist degli stones abbia sofferto di gran lunga la posizione da protagonista che prese durante le sessions il chitarrista e suo compagno keith richards, al contrario molto impegnato nella registrazione e nella composizione, nella sua villa in francia, tramite anche influenze a lui molto vicine dell'ex byrds e icona mondiale della country music gram parsons.

exile rappresenta l'ultimo vero capolavoro degli stones, oramai distrutti dagli eccessi e dentro un vortice dal quale, misteriosamente - o miracolosamente -, usciranno (mai completamente - ma giusto in tempo per salvarsi la vita) solamente in futuro, ed ovviamente parliamo della droga. concretamente è un album che non sperimenta nulla di nuovo, ma è comunque un sound diverso quello che ci confezionano gli stones, specialmente dai loro standard. sono difatti nuove le influenze, che vertono attorno al country gramparsoniano (sweet virginia), il boogie (rocks off) e l'honky tonk (torn and frayed), insomma in definitiva influenze prettamente richardsiane, il chitarrista che, tramite questo lavoro, ci da un'idea ben precisa di come lui intenda la musica.
non siamo più negli inferi luciferiani, al cospetto di satana, non è più martellante e costante (sebbene presente) l'incedere tribale della batteria, non c'è il solo riff graffiante, bensì si tratta di una grande opera globale comprendente tutti questi aspetti, ma riadattati in chiave meno grezza, bensì più raffinata.

exile tuttavia impiegò un po' di tempo per essere pienamente digerito ed osannato definitivamente dalla critica, al primo ascolto la produzione spartana può lasciare in parte attoniti, ma conseguenti ascolti lasciano sempre lo spazio necessario per scoprire qualcosa di nuovo, per entusiasmare, per emozionare.

sebbene non siano presenti tracce universalmente note ed inconfondibili - nessuna can't get no satisfaction - e sebbene il disco sfrutti un'omogeneità molto profonda tanto da non far prevalere particolarmente tracce su altre, si possono citare esempi di rock che ogni musicista dovrebbe studiarsi a memoria, tra tutti tumbling dice, torn and frayed e happy.

album dunque difficile, ma meno duro e grezzo del solito. produzione volutamente ostica, ma melodie raffinate al tempo stesso. livelli compositivi che mai più, in futuro, gli stones raggiungeranno, ma poco importa, per una carriera incredibile alle spalle come la loro ed exile on the main st. tra le fila degli album composti, ritenuto da tantissimi la opera migliore del gruppo londinese, un qualsiasi musicista venderebbe tranquillamente l'anima a satana. e forse loro l'hanno pure fatto.


6.6.10

Stereo Total - Baby Ouh! (2010)

genere: electro-pop
durata: 49.50

tracklist:
01. hallo damenklo
02. alaska
03. divines handtascha
04. andy warhol
05. barbe à papa
06. no controles
07. du bist gut zu vogeln
08. i wanna be a mama
09. babyboom (ohne mich)
10. lady dandy
11. illegal
12. wenn ich ein junge war
13. tour de france
14. larmes de metal
15. elles te bottent, mes bottes
16. baby ouh!
17. radio song
18. tschaikowsky and other russians

il progetto stereo total, che nasce a berlino nel 1995, è costituito da influenze e culture diverse di ogni parte d'europa, se difatti i due membri più importanti sono françoise cactus, francese, e brezel göring, tedesco, il complesso include anche membri italiani, cechi e scozzesi.
la loro ultima uscita, baby oh, si appresta ad essere uno dei dischi più 'strani' degli ultimi tempi. sebbene le sonorità si rifacciano praticamente nella loro totalità all'indie pop elettronico un po' simile agli air, le canzoni però sono tutte un po' pazze, con il cantato particolare della cactus ed i suoni atipici in sottofondo di
göring
. la forma canzone è nella maggiorparte dei casi brevissima ed essenziale, diciamo allora che le prime passate lasciano l'ascoltatore stranito.
le influenze sono molteplici, nel complesso è un mix tra i '50, i '60 ed il synth pop tipicamente eighties, nello specifico però, si possono trovare tra le righe i già citati air, ma anche giorgio moroder. negli episodi più pop, specialmente quelli cantati da göring, invece, si può trovare una facile liesone con i magnetic fields e la voce di stephin merritt (i wanna be a mama). infine, beh... beck, serge gainsbourg e chi più ne ha più ne metta.

le canzoni sono, eccetto la title track, piccole pillole intense, ma la loro diversità ed eterogeneità rende la classificazione del disco estremamente difficoltosa e la sua dimensione profonda estremamente cangiante, tuttavia non si può negare che tra le molteplici tracce ci sia qualche pezzo veramente godibile e intenso.

andy warhol, con la r alla francese (così come lo pronunciava bowie nella sua personale track dal medesimo titolo), è un pezzo che mischia un cantato quasi 'rappato' a coretti di voci bianche. la successiva barbe à papa (che rappresenta uno dei pop più ordinari del disco) è un altro episodio molto felice.
illégal invece possiede una melodia prettamente suonata che risulta accattivante, difficile resistergli.

generalmente dietro ogni traccia si nasconde sempre qualche piccola intuizione che può piacevolmente lasciare sorpresi, come la 'piccolina carina bambina signorina' di wenn ich ein junge war e le montagne, le volate e gli scatti di tour de france...

finito il primo ascolto è difficile non voler riprovare ad immergersi nel micromondo di baby ouh!, perché inutile negarlo, affascina. sebbene sia strano, sebbene sia qualcosa a cui non siamo propriamente abituati, ha la capacità di rimanerci in testa, con le sue melodie fuori dai ranghi, ma comunque estremamente funzionanti. non stiamo scoprendo nulla di particolarmente nuovo sotto il grande sole della musica, né annovereremo nulla di cose che non possiede, ma... che diamine, con questo dannato caldo estivo che ci opprime fa piacere un po' di freschezza, no?