ed eccoli che ritornano, dopo tre anni, gli arcade fire, la band canadese che s'è praticamente imposta come caposaldo della scena indie di questi ultimi sei anni, con una cadenza di un album ogni tre anni.
ora però i tempi sono molto diversi, perché nel 2004 all'esordio nessuno sapeva di loro e ci sorpresero con lo splendido funeral, confermandosi nel 2007 con neon bible, ma ora le aspettative dei tantissimi fan accumulati sono davvero alte.
e per un gruppo del genere, volente o nolente, per forza sotto la luce di tutti i riflettori, è sottilissima la linea superabile per incappare in un passo falso.
ed arriviamo a quel punto al 3 agosto 2010, con questo nuovo the suburbs, dal quale sono già stati estratti alcuni pezzi un paio di mesi fa da dare in pasto ai fan incalliti che non ne potevano più dell'attesa (tra i quali il sottoscritto) e naturalmente pubblicati su questo blog.
il lavoro di win butler, régine chassagne e soci è, in termini di durata complessiva, un po' più ambizioso e corposo dei precedenti, ci sono 16 pezzi e si supera ampiamente l'ora di ascolto. la produzione delle singole canzoni è eccellente (del medesimo produttore di neon bible) ed è particolarmente evidente che questo sia il lavoro più curato (e più covato, se si potesse dire, ahimé gli uomini non sono uccelli) in assoluto da parte dei canadesi di montréal, attenti ai dettagli, agli arrangiamenti, all'evocatività dei testi.
una delle critiche più frequenti di tutti i recensori che mi hanno preceduto sui vari siti appositi in italia, che nel complesso erano contenti, ma non troppo, consisteva nell'accusare gli arcade fire di aver completamente saltato la fase di snocciolamento pezzi. di aver voluto a tutti i costi inserire tutto il materiale a propria disposizione, incappando in episodi spiacevoli che potevano essere evitati con una playlist più snella.
in effetti dopo un primo ascolto molto concentrato ci si può definire provati e con la sensazione che ci sia qualcosa che non vada proprio, ma the suburbs contiene un carattere ed un'indole che non traspare al primo ascolto e difficilmente al secondo, è un vino d'annata in botti di ottimo legno e riserva sempre piacevoli sorprese, analizzandolo con più serenità e più e più volte.
ecco, io trovo che l'hype spropositato che s'era formato come una cappa di fumo spessissimo sopra l'incombere di questo album, abbia inevitabilmente influito sui giudizi e sui pareri delle persone, giustamente in diritto di aspettarsi il meglio da una band come gli arcade fire, ma forse ancora troppo ingenui per avere a tutti gli effetti la possibilità di un ennesimo capolavoro incredibile.
the suburbs nel complesso non è a livello degli altri due lavori che lo hanno preceduto, ma ciò non significa che non sia un album davvero bello e che possa concorrere con il titolo di disco dell'anno.
rispetto ai precedenti lavori the suburbs perde i fastosissimi arrangiamenti di funeral e la vena sinistra di neon bible, acquista un po' di rabbia ed un po' di elettronica. il sound è quindi più scarno di strumenti e più concreto, più da periferia insomma.
anche se il giro di piano che ci assale all'accensione del lettore cd ci fa urlare al miracolo e ci fa pensare con un velo di nostalgia e soddisfazione 'ecco la band che ho tanto aspettato'.
the suburbs, la title-track, è un pezzo favoloso ed ennesima dimostrazione che, per sfortuna o per fortuna, pezzi di tale qualità possono essere scritti solo da ban di tale qualità.
la successiva ready to start, caratterizzata da una grande ascesa di pathos, era già stata inserita nei nostri lettori mp3 mesi fa quando ci fu consegnata come anteprima dalla band stessa. di certo non è invecchiata e anzi continua nel lavoro di caricare al massimo la molla (o il pene se volete) dell'ascoltatore già in extasy per il pezzo precedente.
modern man è un pezzo pop molto classico ed invece rococo, come dice il titolo decisamente barocco, torna a fare largo uso di tutti quegli strumentoni da orchestra di cui gli arcade fire, sebbene non ne abusino in questo album, sono magistri.
empty room è un ennesimo capolavoro, questo per via anche della voce a dir poco splendida e sempre in forma della chassagne, capace in the suburbs, come il re mida, di trasformare ogni cosa in oro. si tratta di un altro pezzo urlato a squarciagola davvero emozionante.
canzone molto riuscita è anche city with no children, a sottolineare un tema molto caro alla band ed estremamente frequente nell'album cioè la presenza, il ruolo dei giovani ragazzi nella società, raffrontati con il panorama della periferia (che naturalmente è malfamata, piena di scontri tra gangs), ma anche semplicemente con la vita.
lo split seguente, half life I - II ci riporta dritti dritti col pensiero ai neighborhood funeraleschi che tanto ci han fatto sognare, ed i pezzi sono all'altezza. la prima è una dolce canzone d'amore cantata dalla chassagne, la seconda è il suo corrispettivo elettrico, cantata da butler, che sembra tanto fare eco a quel ragazzo della via gluck di cui un certo celentano parlava 44 anni fa. della casa dell'infanzia che non c'è più, c'è la città eccetera.
ma a parte queste strambe reminescenze 'liriche' si tratta dell'ennesimo capolavoro del disco incombere sull'ascoltatore oramai in preda ad orgasmi compulsivi.
suburban war si basa nella prima parte su un giro pop che sembra scritto da morrisey, è difatti molto legato alla musica degli smiths, poi circa a metà la canzone cambia completamente e si incanala in movenze più sinuose e lente.
month of may è decisamente il pezzo più ruvido e veloce del disco, parecchio insolito per le corde degli arcade fire e folse primo mezzo passo falso che fa ritornare the suburbs sulla terra, esso che già stava prendendo la strada per l'olimpo assieme agli altri due fratellini.
wasted hours calma decisamente i toni, ma rappresenta solo un pezzo di passaggio, piacevole ma non particolarmente degno di nota. la successiva e più riuscita deep blue, con gli arrangiamenti sotterranei sintetici ed un piano a scandirne il procedere regolare riporta con forza e carattere il disco a livelli qualitativi alti.
a scapito di smentite clamorose vista la mia vaga conoscenza dell'inglese, butler qua riflette sul continuo sviluppo della tecnologia, menzionando pure uno storico incontro di scacchi, kolarov-deep blue 1996. particolare perché per la prima volta un uomo, precisamente il campione del mondo, s'è scontrato contro un computer, appunto deep blue, che riuscì peraltro a vincere una delle quattro manches disputate.
ma torniamo a ciò che ci compete, terminando con l'analisi del disco: we used to wait è un'altra vetta molto emozionante del parco canzoni (e del parco emozioni) che fornisce questo album, seguita dal secondo split del disco, sprawl I-II ed anch'esso particolarmente riuscito.
un plauso sentito va però alla seconda frazione (mountains beyond mountains), pezzo assolutamente insolito, freccia diverssissima scoccata dalla faretra degli arcade fire, ma davvero efficace. si tratta più di un episodio tendente alla dance, con la voce della chassagne regina (di nome e di fatto) delle "periferie".
una conclusione davvero degna per un album che sa emozionare e che sa stupire. un album maturo, nel suono, nella qualità e nelle liriche, talvolta nostalgiche, talvolta disilluse sull'infanzia di win butler, passata nelle periferie di houston. egli cita anche un suo collega, james murphy degli lcd soundsystem che dice 'cominci a dire quanto la amavi finché non pensi a come era realmente'. non è un disco per tutti però, ed alcuni fan rimarranno delusi da questa sterzata della band canadese su altri sound. io, dal canto mio, me lo godo con parsimonia questo lavoro e sono sicuro che, se serve, mi renderà piacevolmente assuefatto per altri tre anni. ho voluto assicurarmi, prima di metterlo su la prima volta, di voler ascoltare un disco degli arcade fire e non un capolavoro obbligatorio, e se all'inizio anch'io mi sono stupito negativamente di certe scelte, sono quantomai convinto ora, dopo numerosi ascolti, che si tratti di una piccola perla del 2010.