19.6.10

Pantera - Cowboys from Hell (1990)


genere: heavy metal
durata: 57.31

tracklist:
1) cowboys from hell
2) primal concrete sledge
3) psycho holiday
4) heresy
5) cemetery gates
6) domination
7) shattered
8) clash with reality
9) medicine man
10) message in blood
11) the sleep
12) the art of shredding

Forse non il più famoso, ma senza dubbio il più importante tra gli album della band statunitense. Si tratta infatti della svolta stilistica che li farà consacrare nella storia del metal, al punto di eclissare totalmente i quattro album precedenti. Viene considerato da molti fan, infatti, come il “vero” album d’esordio e può essere considerato come il compimento di un percorso di maturazione, portato a termine dopo delle prime esperienze caratterizzate da un sound ancora acerbo ed incerto.

È il primo album prodotto sotto il contratto di una multinazionale discografica, la bandi infatti abbandonò la via dell’autoproduzione per firmare con l’Atlantic Records (oggi inglobata dalla Warner Music Group).

Erano gli anni in cui la scena heavy metal fu completamente sconquassata dall’uscita di due dei maggiori successi della storia del trash metal, ovvero Reign in Blood e Master of Puppets, rispettivamente degli Slayer e dei Metallica. Molti gruppi furono influenzati da quelle nuove sonorità, più veloci e taglienti, e certamente i Pantera furono uno di questi. Cowboys from Hell è un concentrato di stili differenti, ci si possono trovare brani in stile Judas Priest, come Domination o Shattered, ma anche brani caratterizzati da riff veloci in puro stile trash metal, come Heresy. Questa sua ecletticità lo rendeva all’epoca un album di difficile catalogazione, ed infatti sorsero molti dibattiti riguardo il genere da attribuirgli.

Quello che è evidente in quest’album è la voglia del gruppo di migliorarsi e di implementare le sue qualità stilistiche. I riff di Dimebag sono molto più vari e sofisticati che in precedenza. La batteria di Vinnie Paul è molto più estroversa e per la prima volta inizia ad essere caratterizzata da una velocità ed una pirotecnia notevoli, con un uso molto più palpabile della doppia cassa. Finalmente Rex Brown riesce a contraddistinguersi, donandoci fantastici giri di basso e sfoggiando un’abilità davvero inusuale, seguendo Dimebag anche in parti di assoli molto veloci. Senza dubbio, però, uno dei meriti maggiori dell’album è la possibilità che offre a Phil Anselmo di esprimere tutta la sua abilità canora, dimostrando di poter arrivare anche a note molto alte, come nella struggente Cemetery Gates, una ballata lunga oltre sette minuti, caratterizzata nel finale da una “gara” fra Dimebag (con la chitarra) e Anselmo (con la voce) nello giostrarsi su tonalità altissime.

In definitiva, non si tratta nient’altro che il primo passo verso quello stile personalissimo ed efficace che ha contraddistinto la band per tutto il resto della sua vita e che troverà poi la sua completa affermazione con l’album seguente, Vulgar Display of Power, il quale avrà il merito di conferire al gruppo l’appellativo di groove metal.


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